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Allo Smau 2011 ci sono andato. Ecco perché

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Lo Smau non è più quello di una volta. Non più quello di Olivetti, che con i suoi computer innovativi giocava sullo scacchiere globale ad armi pari con HP e IBM. E nemmeno più quello del Nord Italia forte e vigoroso, che attirava, con i muscoli dell’industria e dei suoi solidi capitali, decine di migliaia di eccellenze da Europa, Stati Uniti e Asia. Non è più quella manifestazione che ricercatori e manager americani e giapponesi mettevano sul piatto della bilancia insieme al Cebit di Hannover quando si trattava di investire denaro per promuovere tecnologia e prodotti in Europa.

Gli effetti della crisi economica si sentono in azienda e anche fuori. Forse è anche per questo che quello Smau non c’è più. E che con tutta probabilità non è destinato a tornare.

Ma io quest’anno ci sono andato lo stesso. E quello che mi sono portato a casa non è del tutto negativo. Smau 2011, quello che ho visto io, è stato un momento d’incontro sereno e produttivo. Non una kermesse globale, ma piuttosto un momento per fare del business to business nella sua forma migliore. Ho visto manager, tanti, che conversavano fra loro. Tecnici che lasciavano il loro stand con un collega, un cliente o magari un concorrente per discutere di tecnologia davanti a un caffé (quando capita una cosa del genere, nell’esistenza frenetica che conduciamo, se non allo Smau?). Ho visto consulenti, venditori, ricercatori e amministratori delegati che si fermavano di fronte agli stand, riflettevano qualche minuto e poi, quasi sempre, chiedevano informazioni. Ma ancora di più ho visto persone attendere che uno speaker finisse di parlare per porgli quella domanda che magari non avevano avuto la prontezza (o il coraggio) di porgli durante la sessione pubblica.

E questo è quello che ho fatto anch’io. Aton, l’azienda per cui lavoro, non era presente con uno stand. Ma ha scelto di investire il proprio denaro nella attività di relazione e di ascolto.

Lo Smau degli stand da 100 mila euro, degli show, dei palloncini e dei mille gadget colorati, quello che celebrava in ultima analisi la fioritura di una nuova era tecnologica, mi è sfuggito. Probabilmente, suppongo, perché non c’era. Ma quello delle relazioni d’affari concrete, del contatto diretto fra piccole imprese che all’apparire prediligono il fare, quello dei contatti che nascono in pochi minuti per svilupparsi, nei mesi successivi, in collaborazioni di lavoro vere, quello l’ho visto. Ed è questa sensazione di concretezza, di realismo, di praticità, che mi sono portato a casa tornando in Aton e al mio lavoro di tutti i giorni.

Mi sarebbe piaciuto, questo sì, vedere cose che non ho visto. Stand delle regioni italiane più dinamici e meno desolati, un meccanismo d’interazione capace di creare relazioni professionali con maggiore efficacia, tecnologie di frontiera che in Italia ci sono, lo so, ma di cui allo Smau non s’è vista traccia.
Ma oggi, mentre dedico del tempo per scrivere questo articolo, penso che quei biglietti da visita che mi aspettano in un angolo della mia scrivania, quelle riflessioni che ho avuto modo di fare immergendomi in tecnologie diverse da quelle della mia azienda, e soprattutto quelle persone che ho incontrato in quei tre giorni a Milano, non tarderanno a dare i loro frutti.

Lo Smau dove la tecnologia dava spettacolo è acqua passata. Ma lo Smau del business, delle relazioni, dei contatti, esiste ancora. Ecco perché fra un anno organizzerò il mio tempo come si deve e prenderò un biglietto per Milano.

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Giovanni Bonamigo

Marketing & Innovation Director del Gruppo Aton

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