Chi controllerà l’Internet of Things? Quattro Candidati per un mercato inestimabile
Internet all’inizio era un luogo strano, caotico, esattamente come lo era all’inizio l’Universo. Col passare degli anni questa realtà informe si è organizzata attorno a tutta una serie di standard aperti, per altro ancora in uso: Css, Xml e derivati, Html nelle varie evoluzioni e via dicendo. Il prossimo passo, più vicino di quanto non pensiamo, sarà l’Internet of Things.
Mettere in rete tutte le cose
La rivoluzione mobile ha portato a diverse diatribe i vari competitor, tesi a difendere proprietà e brevetti. La questione va vista, però, sotto un altro punto di vista. In futuro sarà possibile detenere la proprietà di quelli che saranno i nostri diversi (e tanti) mezzi di comunicazione? Quando si parla di Internet of Things la questione è ancora piuttosto sfumata, vista la natura della Rete. Ma a guardare la collezione di brevetti registrati negli ultimi anni, qualcuno azzarda ragionamenti quantomeno interessanti.
In dettaglio, il machine to machine sta diversificandosi a ogni livello organizzativo, pubblico e privato: secondo gli esperti oggi ci sono 24 miliardi di dispositivi connessi alla Rete e la maggior parte di essi sono connessi in wireless. In futuro diventeranno 9 miliardi. Anche in questo caso vincerà un modello di collaborazione aperta nello scambio e nel flusso delle informazioni generate dalla IoT, oppure qualche provider si farà carico di gestire questo nuovo tipo di traffico, arrogandosi diritti d’autore su certe tecnologie in uso? E chi saranno i principali candidati? Eccovi una prima lista.
Candidato numero 1: Apple
Alla fine del 2009 Apple ha registrato un brevetto chiamato “Local Device Awareness” in cui parla di connessioni automatiche tra una serie di dispositivi a corto raggio. Tra le potenzialità legate al brevetto, la georeferenziazione di un oggetto (come la possibilità di trovare le proprie chiavi di casa con il telefonino) o sofisticate attività di gaming basate su tecnologie di proximity. Se impugnato a dovere, il brevetto potrebbe paradossalmente portare Apple a fare appello alla legge sul diritto d’autore, rivendicando royalty su tutta una serie di servizi che oggi utilizziamo comunemente coome gli hot spot Wi-Fi o i dispositivi Bluetooth.
Candidato numero 2: Interdigital
L’esempio di Apple è ovviamente un’iperbole, ma la roadmap presentata dal Ceo di Interdigital al Ces di Las Vegas, secondo gli esperti offre chiare indicazioni sulle intenzioni tecnologiche del brand. 33 dei brevetti registrati da Interdigital, infatti, sono decisamente mirati e specifici rispetto alle varie modalità di comunicazione legate al M2M. Se è vero che con il neoacquisto di Motorola Mobility da parte di Google i giochi sono ancora tutti aperti, è anche vero che collezionare tutta una serie di soluzioni a marchio registrato per la connessione tra un dispositivo e l’altro potrebbe portare i brand a competere in modo decisivo su questo aspetto dello sviluppo.
Candidato numero 3: Google
Rimaniamo ancora alla divisione mobile di Motorola: un gioiello di famiglia, appena entrato in quel fenomeno industriale dai contorni ancora indefiniti che è Google, che ha al suo arco tutta una serie di soluzioni e di tecnologie pronte a essere commercializzate e diffuse. Il connected home gateway esposto sempre al Ces di Las Vegas, rappresenta un nuovo fulcro tecnologico della realtà domestica, permettendo di connettere una miriade di dispositivi in modo semplice e intutivo come schiacciare un pulsante. C’è chi dice che le funzionalità ricordano un po’ un altro brevetto di Apple relativo a una soluzione ad ampio raggio. Indubbiamente cablare una casa e controllarla rappresenta solo uno degli aspetti legati alla IoT, ma è sicuramente un aspetto importante. Il che porta ancora una volta gli osservatori a scommettere su quale sarà poi lo standard che si affermerà tra Motorola/Big G e la casa della Mela.
Candidato numero 4: Ibm
Ibm sta lavorando da tempo all’Internet of Things attraverso un progetto chiamato Smarter Planet, che a Smau 2011 ha magnetizzato la manifestazione con suggestive soluzioni dedicate a una mobilità ecosostenibile, servizi di ogni tipo per la salute, la gestione documentale, la formazione, gli accessi o l’entertainment. Ma, in dettaglio, Big Blue ha fatto anche scelte precise rispetto alla sua road map. L’anno scorso, ad esempio, ha sviluppato insieme ad Eurotech un protocollo opensource M2M sponsorizzato dalla fondazione non profit Eclipse che, per altro, include una serie di altri partner tecnologici come la stessa Google/Motorola. La fondazione sta portando avanti una intensa attività di programmi di evangelizzazione in merito. La posizione di Ibm è chiara: l’Internet of Things è senz’altro una risorsa destinata a potenziarsi e il miglior modo per capitalizzarla è facilitarne l’adozione.
Riassumendo…
L’approccio a un framework opensource della IoT incoraggierà le startup e la competizione per uno sviluppo ulteriore di soluzioni mentre dal punto di vista pubblico Internet porterà alla nascita nuovi provider, pubblici e privati. Lo sviluppo di questa industria, oggi ancora a uno stato embrionale, dipenderà anche dal numero di brevetti registrati. Chi si occupa oggi di Rfid e sensori, ha iniziato a ragionare secondo nuove logiche di filiera, associandosi con altri partner specializzati per cogliere tutte le opportunità legate allo sviluppo di nuove soluzioni e servizi cablati nella Rete. In Italia non si parla ancora diffusamente di Internet of Things, ma gli obiettivi dell’Agenda Digitale non sono certamente soltanto una connessione per tutti fine a sè stessa. E quando la connessione sarà davvero garantita per tutti, tutto sarà potenzialmente collegabile al Web (e viceversa). Allora il vero problema, più che i brevetti, saranno ancora legati alla definzione degli standard.
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