Sull’Rfid gli analisti si sono sbagliati? La risposta di 6 esperti
Migliaia di aziende in tutto il mondo, Italia compresa, investono da 15 anni sull’Rfid. Una tecnologia dal futuro assicurato secondo molti analisti, a partire da Gartner che pubblicò nel 1995 la famosa curva di crescita e poi, a cascata, da molti altri.
La crescita c’è stata, in effetti (secondo qualcuno i tag Rfid nel mondo sono ormai più di 100 milioni). Ma quell’enorme mercato che le aziende si aspettavano, fatto di vendita, consulenza e progettazione, ancora non c’è.
Gli analisti, insomma, si sono sbagliati? The Biz Loft ha girato la domanda a 6 esperti.
Da diversi anni la congiuntura economica frena lo sviluppo di un certo numero di segmenti delle scienze applicate e delle tecnologie – ha risposto Luciano Tarricone, responsabile dell’Electromagnetic Lab dell’Università del Salento -, e quelli citati non fanno eccezione. Ci sono ancora problemi critici sul tavolo, legati alla capacità di miniaturizzazione, alla riduzione dei costi e, soprattutto, all’interoperabilità. Alcune tecnologie emergenti, che da qui a pochi anni cambieranno gli scenari, potranno rappresentare realmente una svolta. Soluzioni come quelle di microgenerazione/conversione/harvesting dell’energia e nuovi materiali (grafene, ad esempio), ad esempio, giocheranno un ruolo importante perché permetteranno di disperdere nell’ambiente dispositivi sempre più piccoli e autonomi”.
Bisognerebbe prima di tutto capire su che base sono state fatte queste previsioni, e a che settori si applicano – ha commentato Alfonso Fuggetta, professore e Ceo del Cefriel -. Se non si creano degli ecosistemi integrati, è effettivamente difficile percepire il valore di una singola tag applicata ad un oggetto, perciò si fa fatica ad investire in questo senso. Perché queste proiezioni si realizzino ci deve essere da una parte una standardizzazione dei sistemi di interazione, dall’altra un’interoperabilità dei sistemi stessi che permetta agli utenti di usufruire dei servizi in maniera efficiente. Ciò che conta è l’apertura e la flessibilità dei sistemi applicati in vari ambiti come possono essere la domotica o l’automotive. In quest’ultimo caso, ad esempio, alla cintura e alla chiusura centralizzata si iniziano ad aggiungere applicazioni sempre più complesse e con un alto valore aggiunto. Questo perché gli oggetti non solo sono più facilmente montabili e flessibili rispetto al passato ma soprattutto perché hanno finalmente dei costi approcciabili, il che sta iniziando a far decollare un segmento che al momento della sua nascita era ancora troppo chiuso e oneroso”.
Quando si fanno delle proiezioni – ha precisato Luca Mari direttore dell’Lab#ID dell’Università Carlo Cattaneo – LIUC di Castellanza – si deve tenere conto non solo della componente tecnologica, ma quantomeno anche di quella economica, sociale e politica. Questa molteplicità di fattori rende molto complesse previsioni affidabili. Il caso dell’NFC, ad esempio, è paradigmatico di quanto fattori diversi da quello tecnologico possano condizionare la diffusione. Il sistema di terminali NFC è disponibile da tempo, ma fare una proiezione in particolare sullo sviluppo dei micro-pagamenti via NFC è assai aleatorio, e questo dunque per ragioni non tecnologiche, ma relative alla configurazione complessiva del sistema di transazioni: chi lo controllerà? attraverso quali circuiti, in pratica, passerà il denaro? I sociologi della Scuola di Palo Alto, come Paul Watzlawick, hanno messo in evidenza la presenza nei sistemi umani di due generi di cambiamenti: il “cambiamento-1″ che è incrementale, avviene all’interno dello stesso sistema di regole, ed è quindi prevedibile, e il “cambiamento-2″, che si genera quando cambiano le regole stesse, cosa che lo rende virtualmente imprevedibile. Tra gli anni Settanta e la fine degli Ottanta Internet si è sviluppato attraverso cambiamenti-1, e infatti si è mantenuto in una ristretta cerchia di utenti (Università, ecc.). Il web ha prodotto un cambiamento-2: prima di Internet chi avrebbe previsto quello che poi è successo? Quale tipo di cambiamento produrrà la IoT rispetto alla combinazione internet + RFId? È plausibile che si tratterà di un cambiamento-2, ma questo rende lo scenario assai poco prevedibile”.
La verità è che questi numero dipendono da che cosa si intende. I tag Rfid, infatti, sono ormai dappertutto – ha confermato Carlo Maria Medaglia, Coordinatore scientifico del CATTID, Sapienza Università di Roma -: nelle carte di credito, nei contatori della luce, sugli autobus e sui taxi, nei servizi di car sharing…una pervasività silenziosa che comincia a diventare nota al pubblico. Proprio ieri nell’advertising natalizio di una grande catena elettronica, in prima pagina, spiccavano ben quattro telefonini con Rfid integrato. Chi racconta che l’NFC è fermo al palo vaneggia. Non esiste una killer application dell’Rfid. Stiamo andando in una direzione Rfid. Una visione romantica usa un’iperbole, raccontando come i tag siano più numerosi dei granelli di sabbia. Certo è che le variabili sono alte quando si parla di sistemi, ma se si pensa in termini di vision le cose sono molto diverse. I sistemi ci sono e le grandi major delle Tlc stanno solo imbellettandoli, coprendo di servizi le infrastrutture fisiche. Telemetria, pensiline intelligenti o sensori per la misurazione dell’energia sono soluzioni dietro a cui stanno i brand dell’Ict, anche se poi vengono rilasciate dalla Pa o dalle aziende che vogliono intelligenza nei servizi. Potenzialmente tutti possono costruire soluzioni Rfid. Il problema del quantificare sta in quell’evoluzione dell’Rfid che si chiama IoT, a partire da una sua definizione precisa e da una sua knowledge base”.
Previsioni per il futuro, specie in ambito HiTech, sono sempre difficili da fare – ha aggiunto Giovanni Miragliotta, direttore dell’Rfid Solution Center del Politecnico di Milano -. Per questo Polimi non ne fa mai, al più cerca coi suoi osservatori di migliorare la visione del presente. Le difficoltà (di analisi, di modellazione, di previsione del contesto) sono davvero tante. I driver dello sviluppo sono sempre gli stessi: cogliere i bisogni (o crearne). Il telefonino, ad esempio, è venuto incontro ad un bisogno primordiale dell’uomo: comunicare con tutti, in ogni luogo e in ogni momento. La domotica, invece, quali bisogni viscerali ha colto? Mi aiuta a fare il cambio di stagione? O a mettere a letto i bambini? A mio avviso non è una questione di tecnologie di punta o meno: le tecnologie sono già mature abbastanza per molte applicazioni. Il vero problema è la scala di questa visione. Data la scala, progetti impulsivi e centralizzati non avranno molte chance, oltre a non esserci risorse. Questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che il modello scelto, ovvero quello di replicare internet, è quello giusto. Se si presterà attenzione ad incentivare standardizzazione ed apertura (delle risorse e dei dati), allora il sorgere nel tempo di tante piccole iniziative (pubbliche ma anche private) andrà a costutuire un patrimonio da cui poi nascerà una città intelligente per tutti”.
Abbiamo rivolto la stessa domanda a Luigi Cicchese, partner di Concept Reply, centro di ricerca e sviluppo sull’Internet degli Oggetti e il Cloud Computing.
L’ecosistema che utilizza questi dati è ancora in evoluzione e soprattutto le soluzioni non utilizzano ancora gli standard che permetteranno l’interoperabilità dei sistemi. I driver dello sviluppo, infatti, sono ancora una volta gli standard. Quello che ha fatto il GSM per la telefonia mobile e il TCP/IP per Internet lo faranno gli standard come KNX e IPV6 per la cosiddetta Internet degli oggetti. L’elemento distintivo di questa nuova rete è l’eterogeneità. Gli oggetti connessi tra loro avranno caratteristiche e capacità di calcolo molto diverse tra loro, serviranno quindi piattaforme in grado di gestire la quantità di dati prodotti e su questi compiere dei ragionamenti e comprendere il contesto in cui operano gli oggetti. Le tecnologie oggi disponibili sono molte, il problema deve spostarsi sulla loro interoperabilità e sui servizi che sulle tecnologie possono essere costruiti. L’accelerometro è stato inventato tanti anni fa ma oggi è diventato parte integrante della capacità di adattamento delle interfacce utente. Lo stesso vale per il GPS. Il pianeta è pronto per l’adozione in massa di queste tecnologie non appena i servizi ad esse associate diventeranno trasparenti all’utente”.
Gartner nel tempo ha continuato ad aggiornare la sua analisi. Nell’infografica del 2005 si può vedere il posizionamento dell’Rfid passivo che si conferma maturo rispetto al modello.
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