Digital strategy nel fashion. Chi vince e chi… rincorre

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Le fashion blogger sono le nuove trend-setter, le sfilate si guardano in streaming, i capi si acquistano in tempo reale dalla passerella, i brand si confessano su Twitter. Cosa succede all’universo moda? Nulla di che: ha semplicemente imparato il termine digital strategy.
In un mondo dominato dal web sarebbe stato irrealistico pensare che i pesi massimi del fashion Made in Europe non mettessero in campo tutta la propria forza per diffondere i loro brand anche in rete. E infatti, dati alla mano, molti di loro, soprattutto nel settore dell’alta gamma, si sono già mossi. E con decisione.

Leader e inseguitori? Eccoli.

I leader della digital strategy

Burberry

digital strategy burberryPrimo tra tutti: Burberry. Il brand britannico, forte di una tradizione fondata su uno stile sobrio e mai eccessivo, ha intrapreso da qualche anno a questa parte una vera e propria rivoluzione della sua strategia online. Il sito web, corredato da un e-commerce facilmente fruibile, è disponibile in ben quattro lingue. Ricco di contenuti e dalla navigazione intuitiva è diviso in sezioni che raccontano la vision e la storia del marchio. Tutto questo accompagnato da una presenza massiccia su Facebook (circa 10 milioni e 500mila fan) e su Twitter (circa 840mila follower complessivi per Turchia, Messico, Italia, Corea, Francie e Brasile). Ed è proprio il sito di microblogging ad aver consegnato lo scettro di re della digital strategy a Burberry. Suo il merito di aver dato vita a una nuova forma di defilé con la prima e ormai famosa tweetwalk, le sfilate-cinguettio, che svelano in anteprima particolari dello show e ne raccontano i retroscena minuto dopo minuto. Ci aspettiamo un’implementazione della sezione del sito BeSpoke, che permette la personalizzazione del famoso trench del marchio, a tutti gli altri capi della collezione.

Louis Vuitton

digital strategy louis-vuittonNiente male neppure Louis Vuitton. Il nuovo sito del marchio francese più conosciuto nel mondo è di forte impatto visivo, consultabile in quattro lingue e diviso per mercati. La navigazione appare un po’ ingessata all’inizio, ma basta prendere confidenza e la full immersion nell’universo del fu pellettiere è assicurata. Sezioni dedicate raccontano l’impegno della punta di diamante del colosso LVMH: viaggi e arte contemporanea i focus principali dell’attenzione. Leader su Foursquare grazie ad Amble, applicazione a metà tra il geotagging e il diario di bordo, Vuitton vanta una presenza importante su Facebook ( circa 5 milioni di fan) e su Twitter con account dedicati a ogni mercato: Italia, Stati Uniti, UK, Francia, Giappone (circa 400mila follower complessivi). La svolta di una digital strategy già definita potrebbe arrivare con la scelta di un virtual fitting in realtà aumentata da associare all’e-commerce: niente più manichini stilizzati che indossano una borsa, ma il viso e il corpo dei futuri Vuitton-addicted.

Hugo Boss

digital strategy hugo-bossTuttavia, la promessa più interessante dell’anno appena cominciato sembra arrivare dalla Germania. Hugo Boss, celebre brand tedesco di abbigliamento maschile, offre un sito web fresco e interattivo. La grafica è dinamica e originale, grazie alla combinazione di testo e immagini in movimento. Caratteristiche riprese anche nell’app per iOS dello stilista. È significativa poi la presenza di Boss sui diversi social, a partire da Twitter dove il brand è raccontato dagli account istituzionali divisi su base geografica (UK e Brasile) e per segmenti di mercato (golf, donna). Ultima arrivata Miss Boss, una blogger segreta pronta a dare notizie interessanti sull’universo Boss in stile GossipGirl. Interessante la campagna social organizzata recentemente su Facebook in occasione della prima Fashion Week Uomo 2012: un like e una manciata di domande per vincere 1,500 euro di buono shopping.
L’implementazione dell’e-commerce potrebbe segnare la svolta per un marchio già così attivo.

Chanel

digital strategy chanelIn materia di digital strategy, anche la Francia potrebbe regalarci qualche soddisfazione nel corso dei prossimi 12 mesi. Chanel (che non ha bisogno di presentazioni) offre un sito fruibile in ben 13 lingue e di grande impatto visivo, con una grafica dominata dall’accostamento bianco/nero tipico della griffe. Ottima la presenza sul mobile con applicazioni per iPhone e iPad in continua evoluzione ed edizioni speciali legate a lancio di prodotti o eventi particolari. Buona la pagina Facebook con 5 milioni di Like e da non sottovalutare il neonato account Twitter che ha raggiunto 195mila adepti nel giro di pochi mesi. Merito del digitalissimo Lagerfeld? Il Signor Chanel ha inaugurato il 25 gennaio il primo online brand della storia della moda, la cui esistenza è legata a doppio filo a quella del celebre sito di e-commerce Net-à-porter. Un’operazione trasversale che potrebbe spingere Lagerfeld a sviluppare uno Shop Online direttamente sul sito Chanel e che potrebbe significare l’ingresso nella rosa dei potenti del fashion 2.0

Gli inseguitori

Christian Dior

digital strategy christian-diorUn’altra voce storica della couture française, Christian Dior ha invece ancora molto da imparare. L’apprezzamento massiccio su Facebook (6 milioni e rotti di fans) e un account discreto su Twitter (intorno ai 45mila follower) non compensano la mancanza dell’e-commerce e un sito Internet scarno e poco interattivo. Sorprende che il brand francese non abbia ancora spiccato il volo, vista l’ottima applicazione mobile per iPhone e le ultime campagne di video viral Mise en Dior e Dior Games.
Ci aspettiamo un investimento massiccio sul sito e la possibilità di comprare una Lady Dior comodamente dal divano.

Hermès

digital strategy hermesStenta a decollare anche la digital strategy di Hermès. Nome bandiera del lusso per eccellenza, suo il portamele salutista in palladio e la Bugatti da un milione di euro, è molto attivo su Facebook ( circa 500mila like), ma non ha ancora battuto la strada Twitter.
Il sito web, versione francese, è curato nei minimi particolari ed è decisamente entertaining. Scarsa, tuttavia, è la localizzazione per gli altri mercati, vedi l’Italia, che va a inficiare la presenza di un e-commerce ancora da sistemare. Il creatore delle it bag per eccellenza, la Kelly e la Birkin, dovrebbe spendersi maggiormente sui social e pensare a una strategia mobile che faccia la differenza.

Manolo Blahnik

Pollice verso per lo shoemaker spagnolo Manolo Blahnik. La pagina Facebook che pure accoglie 300mila e rotti fan è inattiva dal 2008 e il sito web non sembra conoscere i criteri base della usability. La navigazione risulta meccanica e non incuriosisce, lo Shop Online è inesistente se non fosse per il rimando ai siti di e-commerce quali Nordstrom.com o Barneys.com, dove sono disponibili le calzature. Speriamo in un restyling alla Sex &The City.

A questo punto sorge spontanea la domanda: la moda italiana che fine ha fatto? Dolce&Gabbana hanno un’attività social che nulla ha da invidiare a Burberry e Valentino ha lanciato nel freddo dicembre di New York il primo museo virtuale della haute couture Made by Garavani. Ma questa è materia per un altro articolo…

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