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Facebook, Ubuntu e il gusto perduto dello scoprire

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Con tutti gli strumenti tecnologici che ci circondano, alcune persone sono oggi tecnologicamente (e non solo, ma questo anticipa la conclusione) superficiali.

Uso l’aggettivo in senso specifico: costoro si fermano alla superficie, cioè, per gli esempi che proporrò, all’interfaccia (utente, grafica: GUI). Sanno usare facebook, e in modo non particolarmente sofisticato google, ma non hanno la minima idea di come funzioni il calcolatore, o lo smartphone, o il tablet, con cui stanno interagendo.

Questa situazione è stata resa possibile dall’impiego diffuso di sistemi di interfacce “amichevoli con l’utente”, che “nascondono l’informazione” supposta non necessaria, cioè quei dettagli tecnici che non riguardano ciò a cui l’utente è interessato (comunicare, non far funzionare un dispositivo elettronico) e lo intimorirebbero con strane complicazioni. Un’ottima cosa, dunque, condivisa da più o meno tutti i dispositivi che ambiscono al successo sociale (uno per tutti, l’automobile, che si può saper usare senza conoscere per esempio il funzionamento del suo motore). E l’impiego sempre più rilevante di software in molti sistemi ha accelerato questo processo, progressivamente “alzando” – come si dice – l’interfaccia, cioè allontanando sempre più l’utente da “quello che c’è dietro”.

Ma c’è un “ma”. Riguarda in particolare gli studenti di oggi, che sono nati quando web e i telefoni cellulari erano già una consuetudine, che con ogni probabilità non hanno mai visto funzionare un programma all’interno di un terminale alfa-numerico, e che non cancellano file ma trascinano icone (di documenti) su un’icona (di un cestino). Per questi ragazzi l’interfaccia non è un’interfaccia: è il SISTEMA. E un sistema così attraente e facile da non far nascere alcuna curiosità su quello che c’è oltre.

E’ un atteggiamento – questa è la mia convinzione – non così diverso da quello dei cosiddetti primitivi di fronte al mondo: impari a interagire con le cose per i tuoi scopi, ma le cause dei fenomeni che osservi ti rimangono nascoste. E allora le supponi magiche. Come il funzionamento di quello che c’è dietro a facebook: per i ragazzi è talmente inspiegato e inspiegabile da diventare semplicemente una magia. Come se facebook (che naturalmente continua a essere solo un esempio…) fosse in effetti un’entità di genere naturale, analogamente all’acqua che scorre nei fiumi, e non a quella che ci giunge attraverso gli acquedotti. Come se fosse un fatto dato.

Non sto perorando qui la causa della teoria dei semiconduttori o della computabilità per invocarne lo studio generalizzato: mi è ben chiaro che se prima di cominciare a usare il programma di elaborazione di testi che sto usando dovessi conoscere la meccanica quantistica che descrive il comportamento dei transistor sotto la tastiera… Sostengo tuttavia che le interfacce facili stanno uccidendo la curiosità e il gusto di “leggere dentro” (uno dei possibili etimi di “intelligenza”); che le interfacce a prova di stupido stanno riducendo la consapevolezza (aumentando la stupidità?) delle persone. E questo, se è anche solo parzialmente vero, è tutt’altro che un buon risultato.

(La causa prossima, e largamente contingente, di questa riflessione mi giunge dalla recente polemica a proposito di Unity, l’interfaccia proposta per default nella nuova versione di Ubuntu (una delle più popolari declinazioni di Unix); parrebbe che la ragione strategica a giustificazione del cambiamento rispetto a Gnome sia, più o meno: se vogliamo che Linux si diffonda dobbiamo renderlo più semplice da usare, e quindi occorre nascondere tutto ciò che potrebbe confondere gli utenti, anche se si tratta di opzioni di configurazione. Un momento… ho già letto una storia analoga… si trattava di un “modello T della Ford”… o forse no?)

Microsite di:  / 

Luca Mari

Professore ordinario di scienza della misurazione presso la Scuola di Ingegneria Industriale dell’Università Carlo Cattaneo - LIUC di Castellanza, dove dirige il laboratorio Lab#ID ed è coordinatore del corso di Dottorato di Ricerca in Gestione Integrata d’Azienda. È, tra l’altro, chairman del TC 1, Terminology, dell’International Electrotechnical Commission (IEC) e rappresentante dell’IEC nel gruppo di lavoro sul Vocabolario Internazionale di Metrologia (VIM) del Joint Committee for Guides in Metrology (JCGM). È stato chairman del TC 7, Measurement Science, dell’International Measurement Confederation (IMEKO). È autore di varie pubblicazioni scientifiche e di testi didattici.

7 Commenti

  1. Luigibalocco 28 maggio 2011 di 15:46 -  Rispondi

    Con rispetto parlando, non sono d’accordo.
    Ho trascorso anni insegnando a mio figlio come fare di conto, ma ho fatto male, perch? oggi con la sua calcolatrice (anzi, ormai, con il suo telefonino) non ha pi? bisogno di quel sapere e cos? sar? anche per i suoi figli.
    Ci sono saperi che ? utile imparare in un’epoca e dimenticare in quella che la segue.
    Cordialmente,
    lb

    • Stefania Berganotto 30 maggio 2011 di 05:46 -  Rispondi

      a scuola mi hanno insegnato il latino. Non lo uso su Facebook (anche se non escluso che prima o poi qualcuno l? s’inventi una app che permetta a chi lo conosce di creare una community tutta via.
      Eppure, sono felice di averlo imparato. La mente va tenuta in esercizio!
      ciao a tutti,
      s

    • Sberganotto 30 maggio 2011 di 05:53 -  Rispondi

      a scuola mi hanno insegnato il latino. Non lo uso su Facebook (anche se non escluso che prima o poi qualcuno l? s’inventi una app che permetta a chi lo conosce di creare una community tutta via.Eppure, sono felice di averlo imparato. La mente va tenuta in esercizio!ciao a tutti,s

    • Daniele Verducci 21 ottobre 2011 di 20:21 -  Rispondi

      Sono sostanzialmente d’accordo con te, ma credo sia importante avere un’infarinatura di quanto c’è dietro. Intendo che per guidare l’automobile non è necessario sapere come funziona nel dettaglio un motore (sarebbe inutile), ma sapere che gira non per magia, ma spinto da 4 (di solito) pistoni spinti dall’esplosione del combustibile mi sembra dignitoso. Fa parte della curiosità dello scoprire il mondo in cui vediamo, che di solito è sintomo d’intelligenza.
      Ovviamente ci sono conoscenze più o meno utili: riprendendo il tema introdotto da Sberganotto quì sotto, anch’io (sono stato costretto a) studiare il latino, e credo siano le ore peggio sprecate della mia vita. Nei miei viaggi ho trovato gente che parlava Francese, Tedesco, Spagnolo, Inglese, ma non Latino. Non lo usa più nessuno. E tutta la letteratura in latino è già stata tradotta in lingue più utilizzate. Il francese me lo sono dovuto studiare da solo. Certo, se quelle ore da liceale sprecate su una lingua morta le avessi passate a studiare una lingua viva, sarebbero state più utili nei miei viaggi! Però certo non vuol dire che non mi piaccia sapere un minimo della struttura del latino: è interessante sapere come le declinazioni siano sopravvissute in alcune lingue neolatine o sapere che il nostro IL viene da illum, mentre il sardo SA da ipsa…

  2. Emilio Colombo 30 maggio 2011 di 07:02 -  Rispondi

    100% l’abbassamento del livello di “leggere dentro”: ? una difficolt? che incontro spesso con i giovani, e non parlo solo dei miei figli di 14-15 anni

    • Anonimo 30 maggio 2011 di 07:55 -  Rispondi

      Un esempio a supporto. Pochi giorni fa ho pubblicato un articolo satirico sul mio blog che titolava “Microsoft compra la Repubblica Ceca per 0,7 miliardi di dollari” (http://tinyurl.com/3uuk65g). Era scritto con tono serio, ma evidentemente surreale. Risultato: pi? di 5 persone mi hanno scritto per chiedere dettagli ulteriori. Avevano preso la notizia per buona e il motivo dipende a mio parere in gran parte dal fatto che non hanno aperto l’articolo, limitandosi ad assorbire passivamente titolo e sommario da Facebook

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