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L’Intelligenza delle cose secondo Google. Da motore a gestore, sarà lui il provider della Internet of Things?

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L’Internet of things (IoT), detta anche intelligenza delle cose, per i fashion addicted sono gli smartphone, i Google Glasses o gli smartwatch e, in generale, tutta la tecnologia da indossare. Sono le smart city per i governi illuminati e per le aziende che lavorano con i manager della Pa per offrire servizi utili alle nostre città. Sono gli smart table, gli smart windows, gli smart wall che tecnici ed esperti chiamano Internet of Things (sapendo quanto il nome sia poco azzeccato, dal momento che in pochi capiscono cosa sia senza dover prima studiare che cosa sono l’Rfid, l’Nfc, i sensori e tutta la tecnologia che c’è dietro per afferrare il concetto). Ma …vi siete chiesti come la chiama Google?

Intelligenza delle cose

Big G e il megabusiness dei Big Data

cerchie di google +Quando si parla di intelligenza delle cose si tirano in ballo Cisco, Ibm o Samsung. Cisco, come senior provider del networking, è sicuramente il più esperto nel parlare delle infrastrutture e delle possibilità legate a una connessione delle informazioni in Rete (l’Internet of Everythings Forum organizzato negli scorsi giorni a Milano ha lasciato un segno).  D’altro canto Samsung continua a registrare brevetti legati all’intelligenza delle cose, dagli altoparlanti Nfc alle lavatrici smart. Ibm, che insieme ad Hp è stata la prima a parlare di intelligenza delle cose, sono anni che promuove il programma Smarter Planet, la cultura sulle smart grid e degli smart services. Pochi, però, guardano a Google come futuro provider della Iot e dell’intelligenza delle cose.
La verità è che Mountain View nelle sue mani digitali  ha tutte le informazioni che circolano in Rete: le domande, le risposte, i click, i comportamenti, gli investimenti pubblicitari on line (Google AdWords) e oggi, con Google +, è in predicato per soppiantare persino Facebook e LinkedIn.  Così se con Gmail ci offre la posta e tutta una serie di strumenti a supporto della produttività individuale (calendari, rubriche, agende e via dicendo), con il lancio nel 2001 di Google + ha chiuso il cerchio, anzi la cerchia, di servizi gratuiti e importanti. Tra cerchie e bacheca, infatti ha trovato la social mediazione tra sfera pubblica e privata, facendo convergere il business in un’unica forma, associata all’identificativo univoco dell’account, accrescendo così anche la quantità di informazioni gestite, per profilare ulteriori nuovi servizi altrettanto irrinunciabili. Perché Big G conosce i Big Data ed è il provider che meglio li sa gestire.

Non c’è Internet senza business intelligence

Maestro dei motori di ricerca, nella natura di Google c’è tutta la conoscenza necessaria a gestire una Business Intelligence tra le più sofisticate. Non è un segreto che Mountain View abbia un team di sviluppatori che ogni giorno creano sempre nuovi algoritmi studiati per gestire le interrogazioni e fornire nel più breve tempo possibile risposte indicizzate. Non è nemmeno un segreto che abbia migliaia di tecnici che leggono la Rete, scandagliando la qualità dei contenuti, dei post, degli articoli e dei siti, attraverso quel Seo (Search Engine Optimization) che sta cambiando persino le regole dello bello scrivere (il motore è anglosassone: negletti articoli e preposizioni,  un plus la ripetizione ad oltranza delle keyword). Il Web semantico di Google, però, è solo una tappa del suo percorso  di sviluppo verso un nuovo modello di intelligenza delle cose che domani si chiamerà in altro modo.

La killer application della IoT è Android

internet of things androidNato nel 1998 e diventato in poco tempo il miglior browser al mondo, Google nel tempo è uscito dal virtuale della Rete per scendere in piazza, accanto alla gente. La svolta nel 2005: quando ha comprato Android  e si è legato agli smartphone per allacciare nuove relazioni con le informazioni e l’intelligenza delle cose. Così quello che gli mancava (l’hardware) lo ha risolto nella formula più vincente: l’opensource. A differenza di Apple, infatti, invece di produrre un telefono proprietario con tutte le menate del caso (marketing, aggiornamenti, assistenza, nuove release), Google ha offerto un nuovo sistema operativo mobile a tutti i concorrenti di Apple che non vedevano l’ora di trovare modo di fare concorrenza alla marcia inesorabile degli iPhone. In poco tempo Android è diventato il sistema di riferimento per Samsung, Lg e persino Nokia e Motorola (che, a differenza di Apple, hanno introdotto l’Nfc nei telefonini abilitando i vantaggi dei servizi contactless). Idc dice che Android detiene l’81% delle quote di mercato. Insomma la killer application di Google per la Internet of Things sarà proprio Andorid perché domani sarà il sistema operativo che attiverà l’intelligenza delle cose, di sempre più cose. Google ha già indicato la strada: prima ha inventato gli occhiali intelligenti. Oggi i rumor dicono che imminentemente arriverà l’orologio intelligente. Gli sviluppatori più creativi accorrono: ci sono anche  gli anelli intelligenti Nfc motorizzati Android. L’ultima innovazione è Project Tango, esperimento per la realizzazione di smartphone Android sensorizzati 3D in grado di identificare e gestire spazi e volumi esterni (con apposite Api, gli sviluppatori potranno poi creare applicazioni appositamente pensate per sfruttare questi sensori).

Intelligenza delle cose pervasiva (e auto-mobile)

Android in auto OaaSiamo tutti smartphone dotati e quando saliamo in macchina vorremmo la stessa intelligenza a portata di mano. Invece dobbiamo tenere il volante e così l’intelligenza del telefono si sposta sul cruscotto. Così intelligenza delle cose sono anche le automobili che nella Internet of Things del futuro avranno display che gireranno su piattaforma Android:  non a caso Google al Ces di Las Vegas ha annunciato partnership con General Motors, Honda, Audi, Hyundai e il produttore di processori Nvidia che proprio a Las Vegas hanno annunciato l’Open Automotive Alliance. Dopo i produttori di smartphone, insomma, anche i produttori di auto personalizzeranno una versione di Android sulle varie vetture prodotte, contribuendo a fidelizzare le persone a quella che piano piano diventerà l’interfaccia di riferimento della Internet of Things.

Se anche la Lego 2.0 passa da Chrome

Google conosce la Rete e tutte le sue potenzialità. Per questo sta stringendo partnership d’ogni tipo, con qualsiasi brand. La creatività del provider è davvero a 360°, pronta ad esplorare ogni tipo di sinergia. Qualche settimana fa, ad esempio, ha presentato un nuovo progetto di entertaiment insieme a Lego. Il senso è sublimare il gioco dei mattoncini in chiave virtuale, permettendo di costruire  in qualunque luogo della terra e di condividere la propria costruzione dalla bacheca di Google Plus. E, sempre dalla bacheca, guardare cosa hanno costruito gli altri in giro per il mondo con una georeferenziazione delle idee.

Pensate ancora che saranno Cisco, Samsung o Ibm i provider della IoT?

Microsite di:  / 

Laura Zanotti

Ha iniziato a lavorare nel marketing come copywriter e art director, contribuendo alla realizzazione di spot, videodocumentari e lanci di prodotto. Nei primi anni '80 ha cominciato a collaborare con le prime riviste di informatica e Telco, appassionandosi a tutti quei temi che sarebbero diventati parte integrante della nostra vita quotidiana. Diventata giornalista specializzata nell'Ict, in quasi 30 anni di attività ha intervistato centinaia di Cio, Ceo e manager, raccontando innovazioni, problemi e strategie delle imprese nazionali e multinazionali dei settori più disparati. Come copy writer e ghost writer ha collaborato e collabora con moltissime aziende, tra cui 3Com, Microsoft, Fujitsu e Hp, seguendo da vicino l'evoluzione tecnologica (Erp, Datawarehousing, Business Intelligence, Networking, Security, e-Learning, Cloud, Rfid, Mobile, Internet of Things) e del mondo Web in generale. E ancora oggi continua a farlo...

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