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La classifica dei 5 errori più comuni di chi realizza un progetto con la tecnologia Rfid

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The Biz Loft si occupa da sempre di Rfid e ha raccontato, nel corso dei suoi 5 anni di vita, centinaia di progetti italiani e stranieri basati su questa tecnologia. Progetti di ogni genere e rivolti ai comparti più disparati. Bene, se c’è una cosa che abbiamo capito è che l’Rfid è una tecnologia potente, versatile e spesso capace di risolvere problemi laddove altre tecnologie falliscono. Ma anche che i sistemi di identificazione a radiofrequenza non sono (non ancora, per lo meno) off the shelf: comprare qualche centinaia di tag, antenne e reader, installarli e aspettarsi che tutto funzioni collegando la spina è una convinzione sbagliata che ha portato molte aziende a sprecare denaro e tempo a profusione.

Perché un progetto Rfid funzioni è fondamentale affidarsi a uno specialista, con un’esperienza comprovata in questo settore specifico. La buona notizia e che si aziende di questo tipo in Italia ce ne sono parecchie. Quella cattiva è che nonostante questo, di progetti con le fondamenta di sabbia se ne vedono ancora tanti. Dove sbagliano? Generalizzare è impossibile. Ma è possibile stilare un elenco degli errori più comuni. Questa è la nostra classifica, dal più comune in giù.

1. Non dedicare la sufficiente attenzione alla scelta del tag

tag-rfid-acquaPer gli addetti ai lavori non è una novità, ma un tag Rfid non è come un barcode: è più complesso e va selezionato con un’attenzione molto maggiore. Non basta (altra ovvietà per chi mastica l’argomento) che un tag Rfid sia vicino, anche molto vicino a un reader perchè quest’ultimo possa leggerlo sempre e comunque. Esistono decine di fattori ambientali diversi (come il materiale su cui il tag è montato o la presenza di liquidi o metalli nelle immediate vicinanze) che possono compromettere la percentuale di letture corrette.
Esistono sul mercato migliaia di tag diversi. E solo uno specialista navigato ha la capacità di scegliere quello giusto (o quelli giusti) da usare in un progetto. Molte aziende, soprattutto nel caso che il numero di tag da usare sia molto elevato (migliaia, decine di migliaia o anche di più) considerano il prezzo del tag un elemento importante. Lo è, in effetti, ma non se penalizza la riuscita del progetto. Gli errori nella scelta dei tag sono i più comuni analizzando i progetti Rfid che non raggiungono gli obiettivi prefissati.

2. Comunicare il progetto nel modo sbagliato (all’interno e all’esterno)

L’Rfid è una tecnologia che può essere delicata da comunicare. Spesso interessa la privacy dei dipendenti dell’azienda, dei partner di filiera, a volte anche degli stessi consumatori. Tutti gi addetti ai lavori ricordano il caso di Benetton, che precorrendo i tempi applicò nel 2003 l’Rfid in filiera senza però comunicare il progetto all’esterno con la dovuta attenzione. Il risultato fu un disastro di pubbliche relazione che portò all’abbandono del prodotto e addirittura allo spin-off della divisione che l’aveva realizzato.
Trascurare la comunicazione interna ed esterna è un errore che può rivelarsi molto grave. Per evitarlo è fondamentale coinvolgere fin dai primi passi i vertici aziendali, ottenendo il loro ok. E poi analizzare le varie fasi di roll-out per identificare i potenziali punti critici. Se ben comunicato, l’Rfid diventa un valore per le stesse pierre dell’impresa.

3. Trascurare il contesto ambientale

contesto-ambientale-rfidTag, reader e antenne non sono gli unici elementi hardware di un sistema Rfid destinato a funzionare. E molte aziende trascurano tuttora alcune domande a cui è importante dare una risposta adeguata. In che tipo di ambiente funzioneranno i tag (secco o umido, polveroso o asettico…)? L’ambiente operativo ha le dimensioni sufficienti a contenere le strutture su cui verranno montate le apparecchiature? Esiste il rischio che veicoli (come i carrelli elevatori) o persone danneggino inavvertitamente i reader o le antenne? Le infrastrutture che verranno installate sono compatibili con i requisiti di sicurezza dell’ambiente che le ospiterà? E soprattutto, quanto costa l’infrastruttura che ospiterà le attrezzature Rfid?
Un cavo di troppo, qualche granello di polvere imprevisto, una giornata di pioggia imprevista, possono trasformarsi in un incubo se non vengono preventivai in fase di progetto.

4. Scegliere le antenne sbagliate

Nel mondo dell’Rfid ci sono molti tipi di antenne diverse: near field, far field, antenne evanescenti e antenne polarizzate circolari e lineari. Ognuna di esse ha caratteristiche diverse che si adattano a particolari ambienti. E non è raro che le aziende si concentrino sui tag e sui reader, scordando di riporre la necessaria attenzione alle antenne. È (o può spesso dimostrarsi) un errore fatale. Per esempio, in molti casi scegliere un’antenna ad alto guadagno può dimostrarsi determinante per incrementare drasticamente la distanza di lettura dei tag da parte dei reader.

Credere che l’Rfid sia soprattutto una questione di hardware

importanza-del-softwareTag, reader e antenne hanno bisogno di software. Gli serve per comunicare fra loro e per dialogare con i sistemi informativi. Alcune aziende decidono di affidarsi a middleware sul mercato. Altre di produrre da sé il codice. Entrambe le soluzioni vanno bene, purché non si trascuri l’importanza del software, cosa che avviene più spesso si quanto si creda. Un sistema Rfid applicato nella logistica di filiera, per esempio, genera un’immensa quantità di dati che devono essere elaborati. E siccome il modo più logico per trasformarli in un valore è integrarli in un ERP ci vuole un programma adatto.
Un buon middleware Rfid dev’essere scalabile, semplice ed economico da implementare, compatibile con un gran numero di ambienti operativi e compatibile (naturalmente) con l’hardware scelto per il progetto in questione. C’è perfino chi afferma che il middleware Rfid sia inadeguato a progetti di lunga durata e che sia più opportuno affidarsi a una più evoluta piattaforma di Intelligent Sensor Network.
In un progetto Rfid, il software ha un’importanza almeno pari a quella dell’hardware.

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Forky

Forky è un esperto in logistica, supply chain e gestione dei magazzini. Ha un'esperienza decennale e internazionale nel proprio settore e una visione anticonformista del proprio lavoro. È editorialista di The Biz Loft e co-autore di Migliorare il Magazzino (Sopravvivendo per Raccontarlo), edito da Loft Media Publishing.

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