Social network: perché agli imprenditori piacciono così poco (mentre ne avrebbero così bisogno)

Guidano fior di imprese, ogni giorno compiono scelte difficili e coraggiose, eppure di fronte ai social network sono rimasti attoniti. Stiamo parlando dei Ceo. Quei chief executive officer che non si fermano (quasi) mai e che con i social network hanno subito più o meno tutti una battuta di arresto. Rimasti al palo, a metà strada tra lo scetticismo e l’incomprensione totale. La lingua di Facebook, di Twitter o di Pinterest (parlata ormai da mezzo mondo) gli risulta assolutamente incomprensibile.

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Linkedin così così, twitter pochino, Facebook mica tanto

I Ceo sono increduli e non riescono a capacitarsi del boom di un mondo digitale in cui tutti non vedono l’ora di andare per chiacchierare e parlare del più e del meno. Le community dei social network sono viste come mondi alieni. Altri, più tranchant, ritengono i social network una perdita di tempo. Secondo una ricerca Ibm, solo 1 su 1700 dei Ceo intervistati ha un blog e solo il 16% del panel ha a che fare coi social network. Ma con delle percentuali estremamente ridotte: qualcuno è su Linkedin, pochi su Twitter, mentre su Facebook, Google + e similari latitano. Eppure, secondo uno studio di Forrester, nel 2012 almeno il 49% delle aziende avrebbe dovuto investire nei social network e nella collaboration. Tecnicamente, tutti i numeri confermano che da qui ai prossimi 5 anni la metà dei consumatori si potrà ingaggiare attraverso i social network. Ma i Ceo stanno a guardare.

Una questione di knowledge management (e di business intelligence)

La domanda fondamentale è: perché aspettare  5 anni per capire cosa fare? La logica della relazione è piuttosto chiara: Internet ha cambiato il business, i social network sono parte integrante della nostra vita in Rete, i social network cambiano il business. I Ceo che dicono di non aver tempo per i social network si sbagliano: stanno perdendo una grande occasione per ascoltare i propri clienti mentre parlano di sé stessi e degli altri, dei loro bisogni e delle loro speranze, delle loro esperienze e delle loro idee.
Se questo non basta proviamo ad ampliare la prospettiva: una volta la chiacchiera nei corridoi aziendali o davanti al caffé si chiamava conoscenza implicita. Chi si occupava di gestire la conoscenza aziendale, anelava a intercettare tutte quelle voci, quelle idee e quelle opinioni. Oggi tutto questo è possibile attraverso i social network. Perché dipendenti e operatori, fornitori e clienti stanno, ognuno a modo suo, su qualche social network. Ecco perché le aziende più grosse e lungimiranti stanno quadrando il cerchio, mescolando collaboration e social media per farle convergere in un’unica piattaforma all’insegna della condivisione e del crowdsourcing 2.0.

Business dei social network o social network del business?

Ma non sono solo i Ceo a dover capire che un’azienda oggi non può più ignorare i social network. Chiunque all’interno di un’impresa dovrebbe sentirsi committato e vivere i social come un modo per scoprire cosa sta succedendo alla propria organizzazione, cosa sta succedendo in città, cosa sta succedendo nel proprio Paese, cosa succede nel mondo. Globalizzazione e Internet hanno nei social network  un bacino di conoscenza preziosa, che va gestita. Possiamo parlare di Big Data all’inifinito, ma se non impariamo che il knowledge management oggi passa dai social network perderemo un’occasione preziosa di fare business in un mondo migliore, più collaborativo e partecipativo. Cari Ceo, anche questa è business intelligence.

 

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2 Comments

  1. paolo frollini said:

    Condivido, la lungimiranza dovrebbe essere prerogativa di molti imprenditori ma così non è. Di certo quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti ma solamente pochi hanno gli occhiali giusti per leggere il cambiamento in atto e vivere ai margini di tale cambiamento è estremamente pericoloso. Con l’aggravante della rapidità con cui oggi si modificano gli scenari competitivi.

  2. Marco Vita said:

    I dirigenti che citi sono cresciuti in un ambiente diverso e ormai abbastanza desueto.
    Non vedendo un ritorno economico immediato non capiscono perché bisognerebbe investire concretamente risorse per ingaggiare personale che si occupi a tempo pieno (o quasi) dei nuovi mezzi di comunicazione per conto dell’azienda.
    E’ un cambio di mentalità complicato. E dubito che la situazione possa cambiare nel breve termine.
    Purtroppo per noi…che stiamo ad impazzire dalla mattina alla sera per trovare un lavoro più stabile in questo ambito.

    Chi vivrà vedrà…

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