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Stiamo attenti: l’informazione non è necessariamente conoscenza

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In un articolo precedente avevo proposto alcune considerazioni su un tema che potrebbe essere così parafrasato: cosa ha senso imparare? Una domanda non del tutto irrilevante, considerando almeno che (1) uno degli effetti della recente “liquefazione” della nostra società è la de-strutturazione del sapere (eventualmente presentata come valorizzazione della iper-specializzazione), e che (2) non sembra proprio, purtroppo, che al “mercato” interessino persone che sappiano pensare.

Come se fosse: la “società della conoscenza” non è (come invece si era detto) il nostro unico futuro possibile, ma un lusso, da accantonare in periodi di crisi…

Non è purtroppo più un paradosso che l’informazione di cui siamo sommersi non si trasformi in modo altrettanto efficace in conoscenza. Anzi. A giocare con un’ipotesi sociologica, si potrebbe sostenere che non solo l’informazione è diventata una merce (e questo pare ormai ovvio), ma anche che essa, in quanto merce, si vende tanto meglio quanto meno è passibile di trasformarsi in conoscenza (e gli esempi a questo proposito potrebbero sprecarsi…).

Nonostante il mio liceo classico, non ho le idee sufficientemente chiare quanto alla rilevanza di imparare un po’ di latino e greco (un tema proposto nel thread precedente) per la formazione di una propria conoscenza. Dato che è invece una ventina di anni che insegno “matematiche applicate” in università, ho un minimo di esperienza e qualche supposizione al riguardo.

Sappiamo che, purtroppo, gli studenti arrivano in università conoscendo poco la matematica, e questo nonostante siano stati esposti a contenuti di matematica per 5+3+5 anni. Perché? La mia risposta è, semplicemente: perché la scuola ha offerto loro una certa quantità di informazione matematica, ma senza aiutarli efficacemente a trasformarla in conoscenza.

Se consideriamo la matematica in particolare come uno strumento per studiare (descrivere, spiegare, prevedere, …) il mondo e strutturare il pensiero al proposito, e chiamiamo “matematichese” tale componente linguistico-strumentale, si può sostenere che generalmente gli studenti non sanno “pensare in matematichese”.
Un micro-test al proposito: all’ingresso in università, una percentuale non trascurabile di studenti ritiene che 7/8 sia maggiore di 8/9. Chiaramente qui non dovrebbe valere il “non me lo ricordo” (che sarebbe invece accettabile per le formule di prostaferesi). Il punto è invece che perfino un contenuto di base come le frazioni è rimasto solo informazione, senza diventare conoscenza, e quindi lo si è potuto dimenticare.
In questo senso, mi pare che la questione se sia ancora opportuno imparare a fare i conti a mente (un altro tema proposto nel thread precedente) perda un po’ di rilevanza. Il problema non è di tipo strumentale. Non è: quali strumenti devo imparare a usare? Ma: come i tanti strumenti disponibili mi aiutano a pensare? E quindi a essere una persona (e non solo un consumatore) migliore?

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Luca Mari

Professore ordinario di scienza della misurazione presso la Scuola di Ingegneria Industriale dell’Università Carlo Cattaneo - LIUC di Castellanza, dove dirige il laboratorio Lab#ID ed è coordinatore del corso di Dottorato di Ricerca in Gestione Integrata d’Azienda. È, tra l’altro, chairman del TC 1, Terminology, dell’International Electrotechnical Commission (IEC) e rappresentante dell’IEC nel gruppo di lavoro sul Vocabolario Internazionale di Metrologia (VIM) del Joint Committee for Guides in Metrology (JCGM). È stato chairman del TC 7, Measurement Science, dell’International Measurement Confederation (IMEKO). È autore di varie pubblicazioni scientifiche e di testi didattici.

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