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Tag Rfid e tag Nfc, tra questioni pratiche e di privacy. Quali e quanti dati contengono?

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Uno degli argomenti più controversi quando si parla di tag Rfid è la privacy. La domanda ricorrente è: ma con questi micro tag inseriti nelle confezioni dei prodotti o negli indumenti, qualcuno potrebbe spiarci dagli scaffali di casa nostra? La risposta è una sola: no. I chip utilizzati per gestire la movimentazione delle merci nella logistica e nella distribuzione identificano il prodotto, non  il consumatore.

Tag Rfid e privacy

Nell’era di Facebook e di una concezione distorta della privacy chiariamolo una volta per tutte: i tag Rfid usati nei prodotti di largo consumo (quelli che facciamo entrare nelle nostre case, per intenderci) non contengono né possono acquisire in alcun modo i nostri dati personali. Insomma: a differenza di quanto qualcuno creda, l’Rfid non è una cimice di quelle che si usano nei film per intercettare conversazioni o spiare persone. I nostri dati personali non c’entrano: c’entrano le informazioni legate al singolo prodotto e cioé origine di produzione, lotto, ingredienti, scadenza e via dicendo.
Diverso, invece, è il caso dei tag Rfid presenti nei badge o nelle smart card che servono alla gestione automatica degli accessi. Dovendo consentire l’ingresso ad aree messe in sicurezza oppure a servizi di pagamento, i dati che servono a identificare il possessore (e non qualcun altro) associati al chip sono personali. In questo caso, però, le informazioni sono crittografate e archiviate secondo una rigida regolamentazione che protegge la nostra privacy: ad avere accesso ai nostri dati, in quel caso, è solo un ente certificato e autorizzato, tenuto a osservare scrupolosamente tutta una serie di politiche di sicurezza.

Packaging e prodotti: che tipo di informazioni contiene un tag?

tag rfid nella logistica dei prodottiTorniamo ai prodotti identificati con il tag Rfid. I dati memorizzati nel chip e  utilizzati per la movimentazione delle merci in magazzino o in negozio contengono informazioni basilari relative alla merce stessa. Per esempio, nel caso di vestiti, i tag possono contenere informazioni su taglia, colore, modello e in alcuni casi origine e composizione dei materiali (un aspetto importante per chi soffre di particolari allergie).
Una marcia in più è rappresentata invece dalla memoria Tid (Tag Identifier) usata per l’anticontraffazione: il Tid è un codice seriale identificativo univoco che il produttore di chip programma direttamente nel silicio usato per assemblare il tag Rfid. A differenza del seriale Epc, il Tid non può essere modificato (per queste caratteristiche l’abbinamento Tid-Epc è oggi il più sicuro sistema anticontraffazione). Questo significa che un vino rinomato, un prosciutto di San Daniele o una borsa griffata con il tag girano con una vera e propria carta di identità certificata.

Quanti dati contiene un tag Rfid? E …quanto costa?

I tag Rfid esistono in diverse varianti, a seconda delle necessità aziendali ma anche dei servizi che si voglio offrire, sfruttando tutte le potenzialità della tecnologia. I tag funzionano in radiofrequenza, operando a bande differenti: Low frequency (Lf), High frequency (Hf) Ultra high frequency (Uhf). Non solo: possono essere letti da una grande distanza o, come nel caso dell’Nfc a corta o cortissima distanza.
Nel tag Rfid di tipo Uhf (tipicamente utilizzate per le applicazioni logistiche e di inventario e quindi funzionanti anche a lungo raggio) la quantità di memoria disponibile è poca: si parla di 16/64 Byte (1 Byte = 1 carattere, codice Ascii). Se si parla di Nfc (applicazioni di proximity, cioè letture ravvicinate), invece, la quantità di memoria varia tra i 64 Byte fino a 8 KiloByte (cioè fino a oltre 8mila caratteri, vale a dire un vero e proprio testo). Con un tag Nfc, dunque, si possono offrire servizi informativi a valore aggiunto ai clienti che comprano un capo così come ai visitatori di un museo.

“Attenzione però: scegliere l’Nfc significa anche spendere di più – spiega Giovanni Codegoni, responsabile commerciale di Lab Id -per cui bisogna analizzare bene i motivi per cui si vuole scegliere una soluzione o l’altra. Non tutti, infatti, sanno che il costo del tag varia in base alla quantità di memoria. Per un tag Uhf con poca memoria il costo è dunque basso (8/12 centesimi). Per un tag Nfc con tanta memoria i costi si aggirano attorno 25 centesimi per 64 Byte fino ad arrivare abbondantemente sopra l’euro per quelli da 8 KiloByte. Certo, poi in base agli ordini i produttori praticano degli sconti sulle quantità, ma è un bene che sia fatta chiarezza su una differenza fondamentale tra le due soluzioni”.

Il destino di un tag

I tag possono essere mantenuti in vita oppure …uccisi. Il loro destino, infatti, dipende dall’uso che si decide di farne.

Total kill-tag

Questo tipo di tag Rfid viene utilizzato solo per le operazioni di back end, cioè legate alla gestione logistica e agli inventari. In negozio, quando il cliente paga, il commesso provvede a distruggere il tag che, una volta ucciso, non può più essere utilizzato. Questa soluzione elimina tutte le possibilità di riportare in vita il tag e il suo bagaglio di contenuti. E calmiera chi fa della privacy un portabandiera.

Semi kill-tag

Tutte le informazioni relative al prodotto vengono cancellate dal tag, anche se il chip rimane operativo (nel senso che l’operatore può inizializzarlo con nuovi dati ad esempio in caso di reso).  La Tid Bank che contiene informazioni sul modello di etichetta, sul produttore del tag ed un numero di serie, infatti, non possono essere modificate o cancellate e ciò rende possibile il loro riutilizzo. Mantenere in vita il tag risulta comodo nel caso in cui i prodotti vengano restituiti in negozio ma anche nel caso in cui il consumatore stesso sia interessato ad avere maggiori informazioni sul prodotto dopo averlo acquistato o ad avere delle garanzie di assistenza. Non eliminare completamente il tag nella gestione dell’intero ciclo di vita del prodotto ha i suoi vantaggi.

Lunga vita al tag! (Per tanti motivi diversi)

Riassumendo: per togliere ogni dubbio ai consumatori sospettosi, i tag vengono uccisi. Mantenere in vita un tag Rfid, invece, può rappresentare un importante vantaggio proprio per i clienti. Perché? Ad esempio per un discorso di tracciabilità alimentare. Grazie ai tag lasciati attivi è possibile, per esempio, controllare il lotto di produzione in caso di cibi avariati (e bloccarne la distribuzione in ogni singolo punto vendita in cui è stato messo a scaffale). O, ancora, assicurare una puntuale assistenza nella ricambistica.
Grazie al tag Rfid, infatti, il pezzo da sostituire è subito identificato e si può recuperare l’esatto articolo a partire dal codice del prodotto che riporta anno di fabbricazione, colore, modello. Il tutto senza errori e con una precisione coordinata, il che non è affatto scontato, se si considera il rapido turn over della maggior parte dei prodotti.
Ma non è tutto: grazie ai tag Rfid è possibile tutelare l’autenticità di un prodotto e preservarlo dalla contraffazione (le grandi firme della moda lo sanno bene, anche se molte non lo dicono ufficialmente per paura di sollevare il polverone della privacy). Per non parlare delle sconfinate possibilità che può offrirci un piccolo tag Rfid applicato alla domotica: se nel prossimo futuro il frigorifero vi dirà che il latte è scaduto, infatti, lo dovrete a uno smartpackage a base Rfid… I prodotti, grazie ai tag Rfid, ci parleranno di loro! E noi saremo ben felici di ascoltarli.

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Redazione The Biz Loft

La redazione di The Biz Loft coordina la produzione di approfondimenti, video e inchieste per Rfid Italia e Sbiz, Fashion 2 e 1 Minuto.

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