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Totti, Zuckerberg e i sogni dei ricercatori

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Io lavoro con 50 giovani ricercatori. Alcuni meno ambiziosi. Altri di più. E sebbene l’ambizione (quella buona, che ti fa diventare il te stesso migliore) non mi sia estranea, sono proprio i più ambiziosi di loro che a volte capisco di meno.

Mi spiego.

Adorano Francesco Totti. Lo considerano un genio. Come dargli torto? E adorano (a pari merito, direi) Mark Zuckerberg. Ma lo fanno in modo diverso ed è proprio qui che sta il problema.

Quando pensano a Totti pensano a un ragazzo con una dote naturale ineguagliabile, un Picasso del pallone che quando tocca la palla la trasforma in una sfera magica capace di fare qualunque cosa. E così facendo, inconsapevolmente, lo allontanano da se stessi. Credono che una dote così o ce l’hai o non ce l’hai. E che se non ce l’hai non ti resta che lasciar scorrere la tua fantasia nelle partite della Roma, ammirando il miracolo.

Su Zuckerberg hanno un’opinione del tutto diversa. Lo considerano un loro pari. Un ragazzo qualunque che si è trovato nel posto giusto al momento giusto. Che cos’ha fatto, in fondo? Ha usato un centinaio di righe di codice scritte da un suo amico per mettere a confronto qualche bella ragazza di Harvard. Il server dell’università si è bloccato, la gente ha cominciato a parlarne e da lì in poi è stato tutto, più o meno, in discesa. Per i miei studenti Mark Zuckerberg non è magico: è stato solo fortunato e moderatamente in gamba. E così scelgono di procedere sulla sua strada invece che cimentarsi nel cucchiaio, senza riflettere sul fatto che:

1. Al contrario di quanto possa apparire a prima vista, per diventare Totti o Zuckerberg ci vogliono la stessa scandalosa quantità di fiducia in se stessi, lo stesso maniacale desiderio di eccellere, la stessa intelligenza sintetica, la stessa capacità di visione d’insieme e, in entrambi in casi, un’attitudine alla strategia che forse nemmeno il mitico Patton sarebbe in grado di insegnare;

2. La tecnologia digitale procede oggi a un tasso di evoluzione straordinariamente veloce. È senza dubbio vero che oggi qualunque studente del secondo anno di ingegneria informatica sarebbe in grado di programmare Facemash in una mezz’ora. Ma non lo è per il facemash di domani, quello che nessuno di noi ancora conosce e che fra un anno ci farà dire: “Accidenti: questo avrei saputo farlo anch’io!”, o addirittura “Ci avevo già pensato!”. Il facemash di domani, ovvero, estendendo il concetto, “the next big thing” non sarà probabilmente difficile da fare, ma è oggi straordinariamente difficile da immaginare. Ecco perché la magia di Zuckerberg è pari a quella di Totti.

Ciò che desidero quando entro nel mio laboratorio è trovare in me l’energia per formare donne e uomini capaci di diventare ciò che desiderano. Totti o Zuckerberg non fa alcuna differenza.

Glielo dico spesso.

Spero di convincerli.

Pubblicato da Il .

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Carlo Maria Medaglia

Coordinatore scientifico del CATTID - Sapienza Università di Roma

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