Tracciabilità: made in Italy alla riscossa

Uno dei settori primari dell’economia italiana è costituito da quasi 70mila aziende che operano nel tessile, abbigliamento, concia, pelletteria e calzature. Il made in Italy in questo settore dà lavoro complessivamente a 1.080mila addetti, di cui 620mila nella produzione, che realizzano un valore aggiunto di 27,4 miliardi l’anno, pari all’11% delle imprese manifatturiere, ed esportano prodotti per 41,9 miliardi, pari all’11,5% dell’export totale. Il settore moda ha un saldo commerciale positivo di 15,9 miliardi.

Rispetto a questi numeri al positivo uno è decisamente negativo ed è quello relativo alla contraffazione al nostro “Made in Italy”, che genera ogni anno perdite a carico delle imprese pari a quasi 50 miliardi di euro a fronte di ben 7,5 miliardi di euro all’anno di investimenti nell’innovazione, di cui una parte dedicata alla registrazione dei brevetti e dei marchi.

I numeri sono della Camera di Commercio di Monza e Brianza che ha presentato in questi giorni i risultati di una ricerca intitolata “Oltre il Made in Italy” e che ha preso a campione 1200 aziende del comparto. Le Confederazioni hanno sottolineato come le imprese del sistema moda abbiano subito negli ultimi anni gli effetti più gravi della crisi e della concorrenza sleale di chi pretende di mettere il marchio made in Italy su prodotti realizzati all’estero.
Tra le azioni ritenute più utili dagli imprenditori per attuare la difesa del prodotto italiano in prima fila c’è la tracciabilità (75,9% degli intervistati), seguita da maggiori controlli (52,6%) e dall’etichetta obbligatoria (38,3%). Riguardo alla tracciabilità dei prodotti, in particolare, fra gli imprenditori del campione esaminato prevale chi ritiene che dovrebbe essere obbligatoria e non solo volontaria mentre il 96,3% dei bergamaschi sentiti nell’indagine è convinto che il Made in Italy deve essere rigoroso, prevedendo sia l’ideazione, sia il confezionamento del prodotto in Italia. Il 94,8%) del panel, infatti, si è dichiarato anche favore di un “made in” rigoroso, che vada dalla ideazione di un prodotto al suo confezionamento sul territorio della Penisola e solo un piccolo 2% intende considerare un Made in Italy in cui è compreso solo il confezionamento (2,2%) o l’ideazione (2,7%).

Una posizione confermata anche dai rappresentanti di Confartigianato e Cna intervenuti all’Audizione presso la Commissione Industria del Senato sul disegno di legge in materia di riconoscibilità e tutela dei prodotti italiani che hanno sottolineato come: “I prodotti del settore tessile non realizzati prevalentemente in Italia non possono essere etichettati con il marchio made in Italy. La tracciabilità è essenziale per promuovere e sostenere le vere produzioni made in Italy”.

Gli operatori italiani sembrano tutti uniti in questo senso. Recentemente presso l’università per Stranieri di Perugia, si è tenuto un workshop dal titolo “Creatività e Innovazione: lo sviluppo del Made in Italy tra Promozione e Protezione” a cui è emerso come la creatività e l’inconfrontabilità siano fattori determinanti per il mantenimento di quel valore aggiunto che caratterizza il sistema del Made in Italy. “Per noi l’innovazione è un valore antico, elemento fondamentale della stessa tradizione artigianale – ha spiegato nel suo intervento Davide de Blasio, patron di Tramontano, noto marchio della sartorialità partenopea –. Come accessorio innovativo la nostra azienda ha scelto un micro chip. Inserito nelle borse, ci permette di avere sempre la tracciabilità del prodotto ed essere in contatto con i nostri clienti, sparsi in tutto il mondo, per eventuali interventi di manutenzione”.

La tracciabilità volontaria si è conferma come un tema molto caldo in quanto strategia capace di salvaguardare la qualità dei prodotti italiani, non solo nel settore della moda ma anche nei comparti alimentari e artigianali in genere. Dal nord al sud dello Stivale gli operatori confermano come la tracciabilità e la sua verifica siano elementi fondamentali per rendere riconoscibile al consumatore la provenienza dei prodotti in tutta la filiera garantendone la realizzazione nel rispetto di norme etiche universali.

“Il potenziale espresso dalle imprese del Made in Italy è ancora molto elevato, malgrado il forte impatto della crisi –  ha evidenziato Carlo Longo, vicepresidente di Unioncamere, – Tuttavia, per consentire alle aziende di intercettare la ripresa, sono indispensabili interventi mirati e urgenti che seguano due direzioni: affermare e realizzare la tracciabilità, non soltanto delle origini, ma anche della qualità dei prodotti; rafforzare la capacità di fare rete sul territorio tra imprese, le istituzioni, il sistema della ricerca pubblica, l’offerta di manodopera qualificata, la dotazione locale di servizi reali e finanziari. Il prodotto, inoltre, dovrebbe essere valorizzato lungo tutto il suo percorso di vita: dal produttore fino all’esercizio commerciale per accrescere il suo appeal facendo capire al consumatore la qualità intrinseca dei nostri manufatti.”

Valore, velocità e vicinanza sarebbero dunque i fattori chiave del rilancio del Made in Italy. Il Valore trova la sua massima espressione quando il processo creativo si compie in modo innovativo e si realizza attraverso una formazione integrata e trasversale che sia al passo con i tempi e in sintonia con il mondo del lavoro. La Velocità si ottiene attraverso le tecnologie, utilizzando strumenti innovativi nella produzione creativa ma anche con l’utilizzo dei sistemi formativi più innovativi a supporto del mondo produttivo. La Vicinanza può essere intesa sia da un punto di vista logistico, e dunque legato a un incremento della cooperazione territoriale attraverso meccanismi di filiera ottimizzati ma anche in un’ottica di Crm avanzato, in cui si supporta il consumatore nella sua ricerca di informazioni all’insegna della trasparenza.

In questo contesto rientra il progetto “M² – Meridiano Moda” voluto dal Sistema delle Camere di Commercio per offrire una piattaforma indipendente, apartitica e professionale di approfondimento dove operatori e associazioni del settore, le istituzioni, il sistema bancario-finanziario, i sindacati e i consumatori possono interagire tra loro, al fine di identificare le scelte strategiche e le azioni concrete più opportune per il futuro del settore. L’obiettivo comune? Tutelare e valorizzare la filiera moda, vero e fondamentale driver del futuro competitivo del Sistema moda italiano, il cui contributo contribuisce in modo fondamentale all’avanzo commerciale del Paese: nell’ultimo anno, infatti, la bilancia commerciale del settore ha fatto registrare 16,5 miliardi di euro di attivo, classificandosi al terzo posto, dietro alla meccanica industriale e specialistica.

“Il marchio made in Italy – ha ribadito Andrea Calistri, presidente del Consorzio Centopercento Italiano, associazione con sede a Scandicci può e deve rappresentare unicamente prodotti realizzati in Italia, da imprese italiane, con tecniche, gusto, design, know how italiani e nel rispetto delle norme che nel nostro paese tutelano la dignità e la qualità del lavoro di chi produce”.

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